Una mazza e una palla da baseball costano insieme 1,10 $. La mazza costa 1 $ più della palla. Quanto costa la palla?
Se hai risposto 10 centesimi, ti dobbiamo dare due notizie. La prima è che hai sbagliato. La seconda è che sei in buona compagnia, visto che più della metà di un campione di studenti dell’Università di Princeton e del Michigan hanno commesso il tuo stesso errore.
Secondo te, perché hai sbagliato? Probabilmente perché hai risposto senza riflettere molto, in poco tempo, attivando meccanismi “automatici” che conducono all’errore.
La storiella, raccontata niente meno che da un vincitore di un premio Nobel (1) ad una consegna del prestigioso riconoscimento, non è proprio uno di quei giochetti da Facebook quindi prendiamola sul serio. Come ci spiegano autorevoli studi, nella nostra testa abbiamo due sistemi decisionali, uno più impulsivo e l’altro più riflessivo. Per capirci, in testa abbiamo due persone: Homer Simpson e il dr. Spock.
Homer Simpson, l’iconico capo dell’omonima famiglia, voleva acquistare una pistola e alla risposta che avrebbe dovuto attendere cinque giorni ha esclamato incredulo: «Cinque giorni?! Ma io sono arrabbiato adesso!!!» è il nostro sistema decisionale impulsivo/affettivo, rapido, intuitivo ma spesso errato. Il dottor Spock invece è il vulcaniano con le orecchie a punta che dichiarava: «la logica impone che le esigenze di molti contano più di quelle di pochi» e rappresenta il sistema decisionale cognitivo/deliberativo, quello riflessivo, più lungo e meno erratico.
Scelte deliberate e scelte impulsive sono ovviamente in opposizione, ma sono entrambe necessarie. L’importante è non lasciare decidere ad una parte le scelte che competono all’altra. Noi siamo abituati a pensare alla natura umana in termini di contrapposizioni schematiche: razionalità contro irrazionalità, ragione contro istinto, io contro ego. Non bisogna concentrarsi su una parte rispetto all’altra: questo è l’errore dei modelli classici dell’economia tradizionale che disegnano un uomo completamente razionale. In realtà è vero l’esatto contrario: l’uomo è fatto per la maggior parte da risposte a bassissimo costo cognitivo. Un altro premio Nobel (Vernon Smith sempre nel 2002) ci dice che se tutti i processi inconsapevoli dovessero sottostare ad un processo di riflessione, passeremmo la vita a fare calcoli senza fare mai nulla. I 60 minuti che passi al supermercato diventerebbero 60 giorni per calcolare tutte le possibili opzioni di acquisto. Altro che quarantena!
Facciamo un esempio. Il primo giorno di un nuovo lavoro dovremo decidere la migliore opzione per spostarci tra mezzi pubblici, auto o elicottero (per chi può permetterselo, è una valida opzione). Così facendo stiamo lasciando il campo al dr. Spock del nostro cervello. Una volta analizzate tutte le variabili, il fatidico primo giorno (e tutti gli altri in effetti) lasceremo però ad Homer il compito di fare un passo dietro l’altro per completare il tragitto deciso. Fare il contrario (scegliere d’impulso la strada e pensare attentamente ad ogni passo) non sarebbe altrettanto efficiente.
Tutto chiaro? OK, ma non è venuto il momento di sciabolare lo champagne, almeno non ancora.
I due sistemi coesistono nel nostro cervello e ci fanno prendere decisioni. Ma li usiamo nel modo giusto?
Come molti sanno, gli strumenti finanziari hanno delle caratteristiche che vanno nella stessa direzione. Più rischio, uguale maggiore potenzialità di rendimento e quindi, tempi più lunghi.
Dunque, ci dovremmo aspettare che i Fondi Azionari (più rischiosi, con maggiori potenzialità di rendimento e orizzonte temporale più lungo) vengano tenuti in portafoglio più tempo rispetto ai Fondi Obbligazionari, giusto? Sbagliato.
Secondo la società di consulenza Dalbar, negli ultimi venti anni, i risparmiatori mantengono i Fondi Azionari poco più di tre anni e quelli Obbligazionari tre anni esatti. Pare che i risparmiatori abbiamo l’abitudine di comprare e vendere i Fondi azionari nei momenti sbagliati: li comprano quando salgono di prezzo e li rivendono quando le quotazioni scendono.
Tutto questo può essere un effetto dei due sistemi cognitivi visti sopra. Ad un primo accenno di notizie negative, si sveglia l’Homer Simpson nel nostro cervello e ci impone di uscire per un meccanismo innato: la paura. Proprio quello che fa il sistema impulsivo, trasforma l’incertezza in ansia.
Eppure, l’investitore disciplinato, quello che sa aspettare e non si lascia prendere dal panico, riesce ad ottenere migliori risultati e addirittura vive meglio. E l’evidenza empirica ce lo mostra chiaramente.
I neuroscienziati ce lo confermano con l’esperimento più lungo della storia della finanza comportamentale. Negli anni ’70, Walter Mischel a Stanford mise un dolcetto davanti a seicento bambini di una età variabile tra i 4 e i 6 anni (l’esperimento per la sua simpatia è stato più volte riprodotto). L’unica comunicazione fornita ai piccoli: se non avessero toccato il dolce, ne avrebbero avuto un secondo. I bambini sono stati monitorati nel tempo e a quattordici anni di distanza, i risultati sono stati molto sorprendenti. Chi aveva saputo aspettare, otteneva mediamente migliori risultati scolastici. Al contrario, i golosi avevano mediamente sviluppato maggiori problemi comportamentali. Certo, di base si tratta di caratteristiche innate, ma che possono essere sviluppate già in età infantile.
Perché il senso generale di tutta questa storia, è che far funzionare la nostra parte più analitica ci fornisce un indubbio vantaggio psicologico, negli investimenti, come nella vita. E anche una palla da baseball da 5 centesimi può insegnarcelo.
Per approfondimenti:
(1) Discorso di Daniel Kahneman, vincitore del Premio Nobel per l’economia nel 2002
https://www.nobelprize.org/uploads/2018/06/kahnemann-lecture.pdf.
Daniel Kahneman, Pensieri lenti e veloci. Mondadori
Matteo Motterlini, La psicoeconomia di Charlie Brown. BUR

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