Parliamo ancora di “carbon footprint”, letteralmente l’impronta di carbonio, un parametro che viene utilizzato per stimare le emissioni di gas serra causate da un prodotto, un servizio, un evento o un individuo, calcolata generalmente in tonnellate di CO2 emessa. Abbiamo già parlato di quanto pesino i mezzi di trasporto sul nostro ambiente. Ma ci sono tante altre azioni che compiamo più o meno consapevolmente, che comportano emissioni.
La produzione di CO2 legata agli alimenti è un argomento poco noto fino a qualche decennio fa. Fino agli anni ’70, non erano nemmeno mai stati condotti studi sull’impatto della nutrizione sulla salute. Successivamente, vennero realizzati i primi studi sulla correlazione tra nutrizione e mortalità. I nutrizionisti si resero conto che il modello di alimentazione utilizzato nell’area mediterranea (la c.d. dieta mediterranea) era un esempio virtuoso: nacque la famosa piramide alimentare che tutti conosciamo.
Nei primi anni dell’attuale millennio, sono stati compiuti approfonditi studi sull’impatto degli alimenti in termini di gas serra prodotti. I risultati sono sorprendenti. Basandosi sull’impatto ambientale, la piramide si rovescia e gli alimenti più salutari, alla base della piramide, sono quelli con il minor impatto, mentre nella parte alta della piramide si vede la discesa dei dolci e la prepotente risalita della carne rossa, doppiamente colpevole.
Una brutta notizia per gli amanti della bistecca: la carne rossa fa male al nostro fisico e anche al nostro ambiente. È importante notare che nel computo dell’impronta di carbonio rientra anche la modalità di cottura, braci e carbonelle sono particolarmente inquinanti.
Qualche numero? Un kg di mele produce 0,32 kg di CO2, un kg di riso 0,52 kg, un kg di insalata 0,74 kg, un kg di pescato 1,32 kg e poi in cima alla classifica, un kg di salumi affettati 5 kg di CO2 e alla fine un kg di carne bovina ci costa 6,3 kg di CO2 nell’atmosfera. C’è di che allarmarsi.
Ultimo ma non meno importante, il consumo quando utilizziamo i nostri dispositivi digitali. Chiariamo, qui i numeri sono molto inferiori, ma l’impatto rimane alto a causa dell’elevato utilizzo a livello mondiale. E i numeri sono in aumento, soprattutto adesso, a causa della pandemia che ci ha costretto a lavorare da casa e che ha avuto anche l’effetto di lasciarci più tempo libero da dedicare (indovina un po’?) ai nostri dispositivi digitali. E allora, tenere i video accesi produce CO2, utilizzare streaming ancora di più. Ciò è dovuto al consumo di energia elettrica, che per una percentuale non trascurabile è ottenuta ancora mediante utilizzo di combustibili fossili (oltre due terzi di tutta l’elettricità mondiale).
Il risultato? Un’ora di videoconferenza su Zoom può arrivare a 150 grammi di CO2. In tal senso, molto dipende dall’utilizzo della telecamera e dalla dimensione dello schermo. Anche se poco proponibile per alcune attività, sarebbe sempre meglio non vedersi quando si utilizzano questi sistemi di conferenze online. Un’ora di binge watching su Netflix (quella sfrenata attività che ci costringe a vedere una puntata dietro l’altra di Breaking Bad o The Crown se preferite) ci costa fino ad un kg di CO2. Se pensate che per la sola Netflix ci sono oltre 200 milioni di abbonati….
Lasciata alla fine, la soluzione a tutto ciò è una sola: ridurre la nostra impronta e come corollario piantare alberi. Per assorbire un kg di CO2 andrebbero piantati tra i 2 e i 3 alberi che notoriamente oltre ad emettere ossigeno, ci forniscono legno e frutta. Una soluzione economica e che aiuta il pianeta.

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