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Non possiamo salvare il clima senza salvare il mare



Ci eravamo ripromessi che, dopo la pandemia, tutto sarebbe stato diverso. Che ne saremmo usciti migliori, a partire dal rispetto verso l’ambiente che ci circonda. E invece, con grande delusione, ci troviamo a constatare, non solo che la situazione non è per niente migliorata, ma che addirittura siamo tornati a livelli d'inquinamento altissimi, pari se non superiori a quelli pre-pandemia, una condizione quest’ultima che ha ancora di più incentivato l’utilizzo di oggetti monouso di materiali plastici, come guanti e mascherine chirurgiche.


Non c’è un vaccino per proteggere il nostro ambiente


Il mare è un enorme “magazzino” per il calore in eccesso generato dai gas serra. E l’aumento delle temperature delle acque non solo provoca gravi impatti sulla biodiversità marina e contribuisce all’innalzamento del livello del mare, ma ha conseguenze su quanto accade in atmosfera, dove avvengono i fenomeni meteorologici. Purtroppo, non avremo mai un vaccino contro gli effetti della crisi climatica, ma abbiamo già una terapia, fatta di energia rinnovabile, abbandono delle fonti fossili, mobilità sostenibile, un sistema agroalimentare che punti davvero alla sostenibilità; sta solo a noi – tramite i nostri governi – decidere come e quando cominciare a somministrarla.


Nel mondo si producono ogni anno circa 300 milioni di tonnellate di plastica e, di queste, si stima che tra 5 e 12 milioni di tonnellate finiscano negli oceani, trasformandosi in microplastiche e minacciando a livello globale oltre 700 specie marine – che ingeriscono plastica scambiandola per cibo – e di conseguenza l’intera catena alimentare e la salute umana. Sono dati sconfortanti ma esistono realtà, come Marevivo Onlus, che si battono da anni per contrastare l’inquinamento e portano avanti azioni concrete per proteggere l’ambiente e in particolare il mare e i suoi abitanti. Il mare gioca, inoltre, un ruolo centrale nell’economia internazionale, basti pensare che solo il Mar Mediterraneo produce un Pil pari al 15 percento dell’economia globale.


L’Italia: un paese mare-dipendente


In Italia questo dato è maggiore rispetto ai nostri cugini europei come Spagna e Grecia. Il contributo dell’economia del mare al Pil nazionale è quasi doppio rispetto a quello della produzione di mezzi di trasporto e di poco inferiore a quello dell’intero comparto agricolo. Attualmente, nel mondo, solo il 14% della plastica viene riciclato. Soltanto con azioni concrete, come il recupero e il riciclo dei rifiuti prodotti dalle attività umane si potrà sperare di arrestare l’inquinamento che sta distruggendo il nostro mare e mettendo a rischio la sopravvivenza dell’uomo sul pianeta. Ad esempio, con 1 kg di plastica recuperata dal mare si può produrre quasi 1 kWh di energia pulita che consente d'illuminare un appartamento per la durata di un giorno.


Nel nostro mare ci sono più rifiuti che pesci


Le categorie di rifiuti più presenti in mare sono gli attrezzi da pesca con oltre il 72% del totale di rifiuti analizzati; all’interno di questa categoria il 51% è rappresentato da frammenti di polistirolo che provengono dalle cassette utilizzate per la pesca. È stato dimostrato che a profondità elevate, oltre i 1.000 metri, spesso la biomassa pescata con lo strascico (pesci, crostacei, molluschi) è uguale o inferiore alla quantità dei rifiuti. Come dire che a certe profondità ci sono più rifiuti che pesci. In questo l’Italia detiene il triste primato del fondale con la più grande densità di rifiuti al mondo nello Stretto di Messina, in cui in alcuni punti si raggiunge addirittura il milione di oggetti per chilometro quadrato.


Secondo un rapporto realizzato da FAO e Unep (2009), ogni anno in tutto il mondo vengono abbandonate o perse tra 640.000 e 800.000 tonnellate di attrezzi da pesca, che causano la morte di circa 100.000 mammiferi marini e un milione di uccelli marini. Il Great Pacific Garbage Patch, più comunemente noto come “isola di plastica”, è costituito per il 46% da attrezzature e reti da pesca. E anche nel Mediterraneo, recenti ricerche condotte in diverse località, indicano che gli attrezzi da pesca possono rappresentare fino all’ 89% dei rifiuti marini registrati.


L’unica risposta al problema dell’inquinamento da plastica è conoscerlo e prevenirlo, per evitare di aggravare ulteriormente la situazione. Per questo, l’educazione ambientale è fondamentale per sensibilizzare gli adulti all’acquisizione di comportamenti rispettosi dell’ambiente, ma soprattutto per preparare le giovani generazioni alle sfide e ai cambiamenti necessari per affrontare il futuro, che non può prescindere dalla salvaguardia del mare.

Le informazioni pubblicate su questa pagina hanno scopo divulgativo e non rappresentano una consulenza, raccomandazione o sollecitazione ad effettuare investimenti né tantomeno ricerca in materia di investimenti. Le informazioni, per quanto accurate e aggiornate, possono non essere complete e non tengono conto delle caratteristiche patrimoniali e finanziarie dei singoli destinatari.
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